La più grande diga del mondo sta per essere inaugurata in Cina, sulle rive del fiume Yangtze. Con conseguenze pesantissime sulle popolazioni limitrofe, le aree archeologiche e l'ambiente.
di Sonja Vietto Ramus
Per l’antico villaggio di Dachang e per la scultura del Budda gigante – solo due fra gli oltre mille siti archeologici dell’area -, il conto alla rovescia è iniziato nel 1994. Quando nella Cina dei grattacieli e del mercato globale, il governo decise di avviare sul fiume Yangtze la costruzione della più imponente diga del mondo (il progetto risale al lontano 1919 quando Sun Yat-Sen ne propose per primo la realizzazione). Nel cuore della più vera e profonda terra rurale della Cina, lungo il corso del terzo fiume più lungo del mondo (circa 6.300 chilometri complessivi), è ormai in fase di ultimazione la costruzione di un’opera ciclopica. Una volta completata, la diga delle Tre Gole sarà il più grande ed il più imponente impianto idroelettrico del mondo tanto da creare un serbatoio esteso per 400 miglia a monte. Una meraviglia ingegneristica, così come è stata definita dai progettisti che hanno lavorato alla sua realizzazione, ma che muterà per sempre lo splendore del paesaggio di una delle più belle regioni della Cina.
Costruita con un quantitativo di calcestruzzo pari al doppio di quello utilizzato per il progetto della diga della Itaipu in Brasile, attualmente considerata la più grande del mondo, ed in grado di resistere ad un terremoto del 7°grado della scala Richter, nelle intenzioni dei progettisti la diga sarà in grado di controllare le disastrose inondazioni che da sempre allagano le rive del fiume. E come la Grande Muraglia cinese, la “Three Gorges Dam” sarà una delle pochissime strutture costruite dall’uomo visibili sin dallo spazio. Per il governo cinese, la diga rappresenta soprattutto il simbolo dell’orgoglio nazionale. Ma quando l’imponente opera (alta 185 metri e larga 2.300) verrà completata, le acque del “Fiume Azzurro”, in parte già deviate, saliranno di tre metri al giorno sino ad aumentare di 175 metri complessivi, allagando villaggi e paesi e costringendo oltre un milione di cittadini ad abbandonare le proprie abitazioni in cambio di poco più di 3 mila euro di indennizzo per ogni famiglia e di una nuova abitazione in un altro villaggio.
Ma il prezzo da pagare per la costruzione di questo imponente progetto è soprattutto un altro. Più di mille siti archeologici saranno completamente sommersi dall’acqua così come decine di specie animali già gravemente minacciate rischieranno seriamente l’estinzione. Un progresso tecnologico, quello cercato e voluto dalla Cina, che sacrifica non solo paesaggi naturali ma anche un immenso patrimonio storico e culturale. Il progetto della diga delle Tre Gole minaccia infatti molti esemplari della fauna locale già in via d’estinzione, fra cui il delfino “baiji”, lo storione del vecchio fiume, la focena senza pinne e le gru siberiane. Animali la cui sopravvivenza è strettamente legata alla vita stessa e alla buona qualità delle acque del fiume Yangtze: la costruzione della diga condurrà inesorabilmente questi esemplari verso l’estinzione. La pesca ed i traffici marittimi hanno già ridotto drasticamente la popolazione del delfino “baiji” (attualmente se ne contano poco più di un centinaio): le dighe impediranno loro l’accesso ai laghi dove una volta questa specie catturava pesci e svezzava i piccoli.
I delfini di fiume hanno polmoni piccoli, rostri lunghi e sottili e vista molto debole, tanto da essere quasi ciechi. Ne è un perfetto esempio proprio la specie dello Yangtze o cinese: una buona vista, nelle acque torbide dei fiumi non serve, e così attraverso milioni di anni gli occhi di questa specie di delfino si sono indeboliti. Ma anche per altre specie, purtroppo, il futuro non riserva nulla di buono. Le gru siberiane - le più minacciate di estinzione - si cibano di rane, molluschi, insetti e pesci del lago Poyang, arricchito dalle inondazioni stagionali del Fiume Azzurro. La focena senza pinne (la più piccola fra i cetacei, tanto che raramente raggiunge i 190 centimetri, ha muso arrotondato, privo di rostro e denti piatti a pala) predilige le acque poco profonde e calde come quelle dello Yangtze mentre lo storione cinese gigante – uno fra gli animali più a rischio di tutta la Cina – è in drastica diminuzione. Ogni anno, per errore, ne vengono infatti catturati circa tre mila esemplari dai pescatori locali.
Ma a preoccupare gli ambientalisti sono anche altre possibili conseguenze fra cui le alterazioni climatiche causate dall’evaporazione e le frane sui pendii delle montagne. Un dissesto idrogeologico che si va ad aggiungere al già grave inquinamento che negli ultimi decenni non ha risparmiato la rigogliosa flora e la fauna della regione. E che rischia di ripercuotere i suoi irreparabili danni anche in zone più distanti. Migliaia sono infatti i siti archeologici e storici destinati a scomparire definitivamente a causa della costruzione della diga. Completamenti sommersi dall’acqua. Per il tempio di Zhang Fei e di Shibaozhai – quest’ultimo conosciuto come la “Perla dello Yangtze” -, per le tombe della dinastia Song (di cui gli archeologici continuano a trovare reperti durante gli scavi) e per la statua del Budda seduto (alta 71 metri, è la più grande del mondo), il nuovo anno non porterà che acqua.
La grande diga, la più imponente sfida a cui i suoi progettisti si siano mai dedicati, non lascerà alla Cina che milioni e milioni di metri cubi di cemento armato. Per una Cina che si appresta ad entrare da protagonista assoluta nel più moderno dei mercati globali, ve n’è una destinata a scomparire: quella più antica e selvaggia delle risaie e dei terreni impervi, quella degli artigiani di creta e di bamboo, delle donne ai mercati. Ma anche quella degli dei, costretti a ritornare in cielo perché l’uomo, ancora una volta, li minaccia con la sua presunzione. E con gli ambientalisti che gridano allo scempio.
*Sonja Vietto Ramus è una giovane giornalista pubblicista della Provincia di Torino, amante dei viaggi e socia WWF. (alex-so@libero.it)
Thursday, May 25, 2006
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